Sulmona (Aq), 43 a.C. - Isola di Tomi (Mar Nero), 17 d.C.
"Sulmo Mihi Patria Est, gelidis uberrimus undis". "Sulmona è la mia patria - scriveva Ovidio - ricca di fresche acque", ricordando e ritrovando, dalla residenza forzata nell'isola di Tomi nel Mar Nero e dopo la vita sfavillante alla corte imperiale, le sue radici, la città che gli aveva dato i natali, perpetuando un legame che ancora oggi campeggia, orgoglioso, nell'acronimo dello stemma cittadino (SMPE).
Publio Ovidio Nasone, uno dei grandi poeti della letteratura latina, il raffinato autore degli Amores e de L'arte di amare, era nato nel capoluogo peligno nel 43 a.C., da un'agiata famiglia dell'ordine dei cavalieri, abbandonandola a soli 12 anni per recarsi a Roma con il fratello e dedicarsi allo studio della grammatica e della retorica con illustri maestri. Fu avviato alla carriera forense, ricoprendo solo modesti incarichi e compì viaggi di perfezionamento in Grecia, Asia minore e Sicilia. Ben presto, però, manifestò la propria forte predisposizione letteraria nei versi istintivi e ingegnosi, che ne rispecchiavano il carattere passionale e seguì la vocazione poetica giudicando "vergognoso prostituire la propria lingua per difendere squallidi criminali" e testimoniando più tardi, in un'elegia dei Tristia (8 d.C.), che "quod temptabam dicere versus erat" ("tutto ciò che cercavo di dire era in versi"). Frequenta quindi i circoli culturali di Messalla e Mecenate, incontrando i maggiori poeti della latinità, quali Tibullo (la cui scomparsa lo turberà profondamente), Orazio e Properzio e "conoscendo di vista" persino Virgilio. Ottiene un discreto consenso con la tragedia Medea e, intorno al 14 a.C., compone la sua prima opera poetica, in distici elegiaci, Amores.
Frequenta la corte di Augusto conducendo vita agiata e a trent'anni, con due mogli e due divorzi alle spalle, si sposa nuovamente con una giovane nobile della gens Fabia. Continua l'attività poetica con le Heroides, lettere d'amore in versi e compone, tra l'1 a.C. e l'1 d.C., la celeberrima Ars amatoria, opera in distici elegiaci, che ne consacra definitivamente la fortuna, celebrandolo quale poeta dell'amore e proiettando la sua fama fino ai circoli più raffinati dell'Urbe, all'alta nobiltà latina e alla stessa cerchia imperiale. Saranno sette anni di grazia e "mondanità", all'insegna della vita brillante tra gloria, ricchezza e successi; la sua produzione poetica si sposta verso i motivi cari all'imperatore, come la moralizzazione dei costumi e la celebrazione della storia romana. Compone, infatti, le Metamorfosi, quindici libri in esametro per 250 episodi nei quali si narra delle trasformazioni di personaggi dell'antichità, come Narciso in fiore, Giove in cigno e Filémone e Bàuci in alberi.
Ritenuto il capolavoro del poeta sulmonese, tanto da influenzare gran parte della letteratura italiana, da Dante a D'Annunzio e ad ispirare, nell'Abruzzo dell'epoca, storie e leggende su sue fantastiche doti di stregone, il poema fu seguito da I Fasti, in distici elegiaci, sempre ispirati alla celebrazione della latinità, ma lasciati incompiuti dopo il sesto libro (dove il progetto del poeta era invece di comporne uno per ogni mese dell'anno, così da illustrare le origini dei riti e delle feste del calendario romano), prima di cadere in disgrazia presso la benevolenza dell'imperatore Augusto che, per ragioni rimaste a tutt'oggi ignote, lo costrinse alla "relegatio", non un vero e proprio esilio con confisca di beni e diritti, ma pur sempre isolato, nella uggiosa, remota e desolata isola di Tomi (oggi Costanza, alla foce del Danubio), nel Mar Nero. Durante il viaggio compose Ibis, un poemetto di invettive contro chi l'aveva abbandonato in occasione dell'editto e i primi due libri delle elegie Tristia.
Ovidio non smetterà mai di invocare la grazia presso Augusto prima e il suo successore Tiberio poi, ma sempre inascoltato, fino alla morte che sopraggiunse nel 17 d.C. Nella solitudine disperata del suo soggiorno obbligato, oltre a Halieutica, un poemetto sui pesci del Mar Rosso di cui restano 135 esametri, aveva completato i cinque libri dei Tristia e composto i quattro libri di elegie in forma epistolare Epistulae ex Ponto, opere che manifestano tutta la tristezza della sua condizione e la nostalgia per la natia Sulmona.
E' probabilmente proprio nella più chiacchierata e scandalosa opera dell'epoca, scritta all'inizio dell'era volgare, Ars amatoria (o Ars amandi come qualcuno evince dalle due parole del primo verso), che va ricercata la ragione dell'editto di "relegatio" emanato da Augusto, se è vero che ne fu ordinato anche il ritiro dalle biblioteche pubbliche. Impegnato in un'azione di riforma dei costumi l'imperatore avrebbe voluto dare un forte segnale con la punizione esemplare di Ovidio che, pur in maniera raffinata ed elegante, aveva composto un vero e proprio manuale libertino, destinato a uomini e donne più esperti, ma anche a giovani e ingenui amanti, consigliando tecniche di seduzione per le donne e tattiche di conquista per gli uomini. "Condannato" l'amore vero come dramma e passione, con l'occhio disincantato dell'uomo ormai esperto, Ovidio disegna, con arguzia e ironia, un ritratto frivolo e smaliziato dei salotti e dei fori romani, i particolari della vita privata e dell'intimità erotica, i raggiri e le ipocrisie di quell'ambiente.
E' comunque verosimile che i motivi dell'accusa siano stati legati a uno scandalo di corte (che abbia forse coinvolto Giulia, nipote di Augusto, anch'essa allontanata da corte a causa della sua sfrenatezza di costumi? O abbia commesso una "gaffe" politica relativamente alla famiglia imperiale? Tutte le ipotesi sono ancora aperte) che l'imperatore voleva mantenere segreto e connesso con l'opera in questione, secondo l'enigmatica ammissione di colpevolezza che lo stesso poeta avrebbe fatto, prima di morire, in un'elegia in cui parlava di "carmen et error".
Nel "carmen" (il poema, il componimento, dunque proprio l'Ars amatoria, probabilmente) sarebbe stato l'"error" (lo sbaglio, un atteggiamento imprudente o riprovevole, forse) che lui avrebbe commesso al riguardo.