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Pietro l'eremita
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Pietro e la montagna madre

Itinerari
Pietro l'eremita
  Celestino V
  Giubileo e Perdonanza
    Può una montagna elevarsi fino a raggiungere Dio? E può una montagna essere addirittura considerata la casa del Signore? Se si ha a che fare con la Majella la risposta è certamente affermativa, tanto che l'epiteto le venne attribuito dal Petrarca, in considerazione della folta schiera di eremiti che, contrastando il confuso vivere del clero nell'epoca medioevale, ricercavano nella solitudine un più schietto rapporto con la fede.
Colossi della religione, come San Francesco, hanno fatto del XIII secolo un'epoca in cui la povertà diventa bellezza di spirito ed è proprio in questo secolo che la Montagna Madre accoglie il figlio più devoto, Pietro Angelerio, quel giovane religioso che fece della vita eremitica un insegnamento da seguire senza che nessuno lo imponesse.

    Nato ad Isernia attorno al 1215, Pietro, poco più che ventenne, lascia la sua città per recarsi al monastero benedettino di Santa Maria di Faifoli per prendere i voti, ma la sua indole solitaria lo spinge ad allontanarsi dalla vita cenobitica in cerca di luoghi che possano realizzare quel desiderio di ritorno ai rigori dell'anacoretismo. Una volta in Abruzzo, sosta per diverso tempo in una grotta alle falde della Majella, nei pressi di Palena, e successivamente sceglie il versante sulmonese del Morrone su cui soggiorna per cinque anni, quel tanto che basta perché la sua fama di uomo di fede e taumaturgo si diffonda tra le contrade, richiamando attorno alla sua grotta una moltitudine di fedeli.

    Siamo alla metà del 1200 e Pietro "che in mezzo alle moltitudini non sapeva vivere e correva ai monti per avvicinarsi come con lo sguardo così col pensiero al cielo" decide di lasciare il Morrone per raggiungere qualche luogo selvaggio della vicina Majella. Lo trova in un austero vallone alle spalle del paese di Roccamorice, in cui ricostruisce con i suoi discepoli vecchi romitori abbandonati, come San Bartolomeo in Legio e Santo Spirito, che diventa la sede dell'Ordine dei Celestini da lui fondato secondo un'ancor più rigorosa applicazione della Regola benedettina, e nel suo continuo peregrinare dedica a San Giovanni la grotta-eremo scavata in gran parte nella roccia, autentico nido d'aquila dalla mistica bellezza protetto tra le balze della Valle dell'Orfento, nel vicino territorio di Caramanico.