Da Decontra di Caramanico, piccolo gruppo di case rincantucciate sul bordo del vallone di origine fluviale, si segue la carrareccia che in circa otto chilometri sale verso la radura di Pianagrande, Riserva Naturale e prosecuzione della limitrofa Riserva che tutela il corso dell'Orfento.
Giunti ad una catena che sbarra il transito alle auto si prosegue a piedi sulla sterrata fino a raggiungere un bivio che scende sulla destra in direzione della grotta di San Giovanni. Dopo aver attraversato con rapide svolte la faggeta si perviene ad un breve passaggio su roccette che termina su di un pianerottolo a poca distanza dalla scalinata di accesso all'eremo. In fondo a uno strapiombo di 500 metri ed intuibile soltanto dal fragore, rumoreggia il fiume Orfento, mentre la vegetazione sembra rinserrarsi attorno al rifugio che Pietro da Morrone ritenne abbastanza selvatico e remoto per professarvi il suo credo più sincero.
Per entrare nelle due piccole celle del romitorio, sospeso su di una balconata rocciosa, occorre superare un'aerea scalinata ed attraversare una strettoia strisciando sulla pancia. All'epoca di Pietro l'ingresso, con molta probabilità, era più agevole e costituito da una passerella in legno, come testimoniato dai ben visibili fori di sostegno alle travi.
Grande è comunque la suggestione una volta entrati nello sgrottamento: un piccolo altare scavato nella pietra evoca la spiritualità dei giorni in cui Pietro si inginocchiava davanti ad esso, assorto e raccolto in preghiera, mentre il locale affianco, nudo nella sua semplicità, la dice lunga circa il tenore di vita condotto dall'eremita ed i suoi discepoli.
Di grande ingegno, infine, sono le condotte idriche praticate lungo il fianco della roccia con il duplice scopo di rendere meno umido il luogo e di raccogliere acqua per gli usi quotidiani.